venerdì 7 ottobre 2011

Avvicinandosi alla decisione.

Ero scossa. E scossa rimasi per tutto il resto della giornata e per i giorni a venire.
Coronare il sogno di diventare una sinta, e definitivamente la donna di Juri, in cambio, perdere la mia famiglia.
Oltre al lato affettivo, vi erano anche problemi logistici in questa decisione, che, ormai, non potevo più ritardare. Il mio lavoro per esempio. Grazie ad un gioco di passaparola ed a un colpo di culo, avevo iniziato a lavorare in quell'ufficio, subito dopo la maturità. In pochissimo tempo avevo conquistato la fiducia del mio datore di lavoro. Ora, lasciandolo dal giorno alla notte, gli avrei creato non pochi problemi.
Avrei voluto fermare il tempo, giusto per poter riflettere senza sentirmi oppressa dallo scorrere delle giornate.
A dispetto di questo mio desiderio, invece il tempo trascorreva ancora più velocemente, ed in un attimo fu maggio, e in un attimo Juri terminò il periodo di detenzione.




lunedì 12 settembre 2011

Se vuoi andare, vai.

Iniziò a parlare con lo sguardo abbassato, guardandosi le mani, che nervosamente si aggrovigliavano fra loro, ma dopo qualche minuto, il suo sguardo si alzò, e i suoi occhi incrociarono i miei e li capii quanto amore quell'uomo provava per me, perchè per la prima volta nella mia vita vidi le sue lacrime umettare gli angoli dei sui azzurri occhi.
"Parlo a nome mio, ma anche a nome di tua madre, che non ha nè la forza nè il coraggio di farlo. Sono felice che tu oggi sia venuta da me. Ti aspettavo e se tu non fossi arrivata, sarei venuto io, ma non è facile trovare le parole giuste per esprimere il proprio dolore, le proprie paure e la delusione. Ti amiamo più della nostra stessa vita, ma non puoi capirlo ancora. Saprai cos'è l'amore di un genitore, solo nel momento in cui lo diventerai.
Quindi non puoi neppure immaginare cosa abbia significato per noi, leggere quel diario..
Perchè sai benissimo che, spinti dal dolore, l'abbiamo fatto...
Non puoi sapere quindi, cosa ha voluto dire prendere coscienza che la propria figlia, negli anni più belli della sua vita, ha subito umiliazioni e violenze. E violenze.."
E nel ripetere la parola violenze, mi accarezzò i capelli.
"Auguro a te, di non provare mai un dolore simile a questo.
L'istinto immediato, è stato quello di partire, raggiungere quella persona, ovunque fosse, e mettere fine a quella insulsa e stupida vita che si ritrova.
Ma abbiamo sempre cercato di insegnarti che l'istinto spesso va domato, e che prima di agire bisogna razionalizzare un minimo. Ed è per questo che sono ancora qui.
Ma quella persona, perchè per me non ha un nome, deve sperare che la sua strada non incroci mai la mia.
Hai tradito la fiducia che ti abbiamo dato da sempre, ci hai mentito su tutto..."
" Ecco i caffè..."
La voce del cameriere mi spaventò. Non l'avevo visto arrivare, perchè avevo gli occhi innondati di lacrime, trucco che colava ovunque e mani bagnate, che continuavo a sfregare sugli occhi e sotto il naso. Cazzo, pensavo, non mi sono manco portata i fazzolettini di carta.. Ma il mio era un modo per sottrarmi relativamente alla cascata di parole che stavano bombardando la mia mente.
Sentivo il dolore di mio padre, e lo stavo facendo mio. Mi faceva male anche il cuore.
" A questo punto Manuela, devi riflettere e prendere una decisione. Noi non possiamo impedirti di fare ciò che senti. Legislativamente parlando. Potessimo, ti porteremmo via, lontano da quella famiglia, ma otterremmo solo il risultato opposto. La tua ribellione sarebbe naturale e automatica.
E allora ti dico questo.. Se hai deciso di seguire quelle persone, di fare quella vita e di continuare a farti umiliare, vai a casa, prendi tutte le tue cose e vai. Vai oggi stesso. Ma dal momento in cui uscirai dalla porta della tua casa, dimenticati di avere dei genitori . Dimenticati di avere una famiglia gagè , come tante volte l'hai chiamata nel tuo diario. Perchè noi non abbiamo messo al mondo una figlia, per saperla violentata ogni giorno, psicologicamente e fisicamente.."
E così dicendo mi strinse una mano fra le sue..

martedì 6 settembre 2011

Mio padre, il mio Dio.

Intanto le settimane scivolavano via, insieme all'inverno. Le fredde giornate di inizio marzo, si alternavano con giornate soleggiate e con squarci di primavera. Iniziava a diffondersi nell'aria, il profumo dell'imminente fioritura.
Non ero più andata a Piacenza. le scuse erano molteplici e varie, ma poco credibili evidentemente, tanto da ottenere reazioni ancora più "rumorose" da parte di Juri, che sentiva scivolare via il proprio dominio e venir meno, il potere che esercitava su di me.
La tensione che si era creata nella mia famiglia, il gelo che percepivo e l'indifferenza che dimostravano i miei genitori, nei miei confronti, aveva provocato una ferita molto profonda dentro il mio cuore. Ed è così che una mattina, decisi di affrontare mio padre.
Quella mattina la ricorderò per sempre, nitida, come se non fossero mai trascorsi gli anni. Ricorderò per sempre il viso di mio padre, mentre mi parlava, un misto fra rabbia, impotenza e dolore e non scorderò mai, neppure il tremore delle sue mani e delle sue labbra..
Così, dicevo, quella mattina, mi recai presso la località dove mio padre svolgeva il suo servizio lavorativo. Lo cercai con lo sguardo fra la folla, e subito lo vidi. Tralascio volutamente la professione di mio padre, ma non il suo aspetto fisico, imponente, che emergeva fra i comuni mortali. Così l'ho sempre definito. Un Dio, il mio Dio. Diverso da tutti gli altri uomini, per bellezza, gentilezza, disponibilità.
Ero rimasta bambina sotto questo aspetto. Mio padre continuava a essere il "mio uomo preferito", e ancora oggi lo è.
I suoi occhi azzurri, incrociarono i miei e per un attimo mi sembrò quasi che mi sorridesse, ma fu solo un attimo.
Raccolsi tutto il coraggio che potevo e gli dissi : " Papà devo parlarti " .
" Si, lo so, andiamo a sederci in un bar. Anch'io ho delle cose da dirti".
In silenzio, ci incamminammo verso il locale più vicino e una volta entrati, dopo aver ordinato due caffè, cercammo il tavolino più appartato che c'era.
Rimasi li, zitta, alla ricerca disperata delle parole. Un pò come quando a scuola, si deve iniziare un tema, e non vengono le frasi giuste e a effetto, per catturare l'attenzione del professore che dovrà dare la valutazione.
Ma fu lui a rompere il silenzio pesante che si era creato.
E fra tutte le cose che non potrò mai dimenticare, non dimenticherò mai neppure le parole che stava per pronunciare.

lunedì 1 agosto 2011

Il diario.


Il diario.. Il mio grasso e ricco diario, che conteneva ritagli di giornali, fotografie e soprattutto squarci di vita disperata.
Non potevano averlo letto, non l'avevano mai fatto prima. Mia madre aveva sempre decretato che non avrebbe mai letto i diari delle sue figlie, come dimostrazione della fiducia che dava loro. Almeno fino a quando questa fiducia non sarebbe venuta a mancare.
Troppe bugie avevo raccontato, troppe scuse a cui, solo un genitore che vuole continuare a nutrire questo sentimento di fiducia, può credere.
Presa dall'angoscia del sospetto che potessero aver appreso le cose terribili che conteneva quello "scrigno", feci una prova.
Una mattina, prima di recarmi al lavoro, misi sulla copertina rigida del mio "scrigno" un pezzettino semi-invisibile di carta. Se durante la mia assenza, qualcuno l'avesse aperto, il frammento di carta sarebbe scivolato via, e io non l'avrei più trovato. Avrei invece trovato conferma al mio sospetto.
Un paio di giorni dopo, quel pezzetto di carta, non c'era più..

La verità, una lama che penetra fino al cuore.

I problemi delle telefonate notturne erano appena iniziati. Quella fù solo la prima di una serie di squilli isterici che svegliavano tutta la famiglia nel cuore della notte.
Parole minacciose e biascicate, rese poco fluide dagli effetti dell'alcool, miste a pianti di sfogo, poi di nuovo, una sfilza di cattiverie ed accuse gratuite.
Non c'era orario. Potevano essere le due di notte, piuttosto che le quattro del mattino.
Non riuscivo più a controllare la situazione.
Qualche volta ho provato a staccare la cornetta, furtivamente, prima di andare a letto, ma non potevo farlo sempre.
Avevo nonni anziani, e se mai fosse accaduto qualcosa, non avrebbero avuto l'opportunità di chiedere aiuto.
Forse, furono proprio questi ultimi accadimenti che diedero la conferma ai miei genitori, di un sospetto latente e rifiutato fino a quel momento.
Il loro atteggiamento, nei miei confronti, divento improvvisamente distaccato e freddo.
La loro affettuosità diminuì, fino a sparire completamente. Non mi parlavano se non lo stretto necessario. Sparirono i sorrisi, le parole scherzose, gli abbracci a cui son sempre stata abituata.
Dal mio canto, facevo molta fatica anch'io a combattere questa freddezza. Sapevo di averli presi in giro da anni, e questo fatto mi provocava una morsa allo stomaco che non ne voleva sapere di attenuarsi. E questo agiva come freno.
Era chiaro che loro a quel punto, sapessero, ma non riuscivo a capire come e soprattutto cosa potessero sapere, e da chi poi.
Sospettai che Maddalena avesse spifferato tutto, ma la accusai ingiustamente. La fonte dalla quale avevano attinto, era un'altra..

Giustificazioni.

La mattina successiva, seduta accanto al tavolo, svogliata e con lo sguardo fisso allo schermo della tv, apparentemente concentrata sul TG , sorseggiavo il mio tazzone di caffè latte, come se nulla fosse accaduto, nonostante le borse gonfie di una notte insonne, segnassero i miei occhi.
Ero in attesa della richiesta di spiegazione da parte di mia madre, sul motivo della telefonata notturna, che ovviamente non tardò ad arrivare. Avevo passato la notte a pensare ad una giustificazione, una scusa da fornire nel modo più disinvolto possibile.
" Ma.. cosa voleva Juri?"
" Oh niente. Aveva mal di denti poverino, e mi ha chiesto cosa potesse prendere per attenuare il dolore "
" E ti chiama alle 2 del mattino..?"
Scazzata, come coloro che subiscono una ingiusta inquisizione, balzai dalla sedia.
" Ma se aveva male a quell'ora, cosa doveva fare? Stare con il dolore tutta la notte, per la paranoia di disturbare? Solo noi abbiamo questi stupidi preconcetti sugli orari da rispettare. E poi manco ci avrà pensato. Quella è l'ora in cui smettono di lavorare e per lui è del tutto normale pensare che le persone siano ancora sveglie, visto che solo a quell'ora le piazze si svuotano delle persone che si divertono alle feste patronali "
" Certo.." bofonchiò mia madre, uscendo dalla cucina " ..E' del tuttonormale.. a metà settimana ".
Non ero stata sufficientemente credibile.
Maddalena, seduta davanti a me, scosse la testa, ed approfittando dell'assenza di mia madre, sussurrò " Devi trovare una soluzione, ti metterà nei casini.."

sabato 30 luglio 2011

Non è il trillo del telefono, ma un campanello d'allarme.

Iniziò una nuova settimana. Ma quella sensazione di paura, non mi aveva abbandonata, una volta lasciata Piacenza. Me l'ero portata con me.
Nel cuore della notte a cavallo di due giorni a circa metà settimana, il trillo del telefono squarciò il silenzio di casa mia. Balzai dal letto, senza rendermi conto, in quella frazione di secondo, se potesse trattarsi della sveglia, o del telefono.
Questa seconda ipotesi, mi sembrava impossibile. Nella mia famiglia, non si usava telefonare dopo le 22.00, se non per qualche accadimento tragico.
E fu proprio quello il pensiero.
Risposi con un " pronto" quasi afono, perchè l'agitazione non permetteva alla mia voce di uscire liberamente.
Dall'altro capo del filo, la voce roca e impastata di Juri.
Fui presa dal panico. Mia mamma, spaventata e travolta dagli stessi miei pensieri, era in piedi, sulla porta della sua camera da letto, con lo sguardo fisso sul mio, in attesa di avere notizie su chi vi fosse al telefono, aspettando probabilmente la cattiva notizia che credeve stessi per darle.
Cercai di essere disinvolta, ma non credo sia il termine giusto. Sorrisi a mia mamma, con il sorriso più cretino che abbia mai fatto, dicendole semplicemente " No mamma, non è niente , è Juri.." . Come fosse la cosa più normale di questo mondo, che Juri mi telefonasse ( Non l'aveva mai fatto) e soprattutto che lo facesse alle 2 di mattina.
Mia madre stette ancora qualche secondo nella stessa posizione, poi tornò a letto. Tirai un sospiro di sollievo. Non avrei retto il suo sguardo ancora per molto.
" Cosa c'è Juri, cosa è successo?" bisbigliai. Lui iniziò a ridere, e contemporaneamente a ringhiare come un cane feroce. " So che ti vedi con qualcuno, ma io ti ammazzo.. Ammazzo te e tutta la tua famiglia. O mi fai uscire di qui, o vieni tu e rimani in gabbia con me, fino a quando ho scontato la pena. Se non lo fai, ti ammazzo. Giuro. Hai capito ? Sono stato chiaro? Ti voglio qui puttana. Credi sia scemo? Domani prendi le tue quattro cose e mi raggiungi, sennò ti vengo a prendere io. Non farmi arrivare li, non ti conviene.."